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02/10/2014

Inserito da Rocco | 0 commenti
Il giornalista di origine quadrese Domenico Rosa vince un prestigioso premio letterario con un articolo su una storia di 'ndrangheta

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Domenico Rosa, giornalista abruzzese, nato a Quadri nel chietino, da tempo residente a Firenze, si è classificato al primo posto nella sezione 'Io reporter' alla seconda edizione dell'evento letterario "Scriviamo" patrocinato dal comune di Alatri e dalla provincia di Frosinone. L'articolo di Rosa, che pubblichiamo di seguito, ricorda la tragica vicenda di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia calabrese ammazzata brutalmente dall'ex compagno.

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Lea Garofalo pentita di 'ndrangheta abbandonata dallo Stato

 

Le ultimi immagini che ritraggono Lea Garofalo sono quelle registrate da una telecamera a circuito chiuso il 24 novembre 2009 a Milano mentre la donna passeggiava tranquillamente poco prima della tragica fine. Sequestrata e uccisa dal suo ex compagno Carlo Cosco, noto boss della 'ndrangheta e padre della loro figlia Denise.

 

La donna, nata a Petilia Policastro in provincia di Crotone nel 1974, iniziò a collaborare con l'Antimafia nel 2002 durante le indagini tra la faida dei clan rivali Garofalo e Mirabelli. Le sue dichiarazioni avevano fatto luce su alcuni omicidi di mafia avvenuti alla fine degli anni '90 a Milano. Come quello di Antonio Comberiati, elemento di spicco della criminalità calabrese, nel 1995, in cui erano stati coinvolti anche il fratello Giuseppe detto Smith e il marito Carlo Cosco.

 

Ai magistrati della DDA di Catanzaro, Lea racconta anche del giro illegale dei fratelli Carlo e Giuseppe Cosco impegnati nel traffico di stupefacenti, attività gentilmente concessa dall'allora reggente di Milano Tommaso Ceraudo per il fatto che Carlo Cosco fosse il cognato di Floriano Garofalo, fratello di Lea e capo indiscusso della frazione Pagliarelle di Petilia Policastro.

 

Le rivelazioni della collaboratrice di giustizia non trovano un riscontro processuale immediato, per questo dopo essere stata ammessa al programma di protezione provvisorio, nel 2006, quando doveva scattare quello definitivo, l'apposita commissione ministeriale blocca il passaggio.

 

Lea, all'epoca 33enne, rimane sola e impaurita nella sua sfida alle regole secolari della 'famiglia', mentre quella famiglia più grande che lo Stato dovrebbe essere si sottrae al suo compito, l'abbandona al suo destino. Nel 2008 le cose cambiano di poco, il consiglio di Stato ribalta la sentenza e ordina il reinserimento della Garofalo nel programma di protezione. La situazione della mamma calabrese però non migliora. I continui cambi di residenza, l'isolamento, la mancanza di documenti e di un lavoro regolare e soprattutto la scoperta da parte del suo ex del luogo segreto in cui vive la inducono ad abbandonare il programma di protezione.

Il 5 maggio del 2009 Lea e Denise sono vittime di un attentato a Campobasso, città dove all'epoca risiedevano. Un complice del suo futuro assassino (successivamente condannato all'ergastolo) si presenta alla porta fingendosi il tecnico della lavatrice. La donna intuisce il pericolo e scappa. Sei mesi più tardi cede però alla richiesta del padre della figlia di andare a Milano per parlare del futuro di Denise. La fine è prossima. Il 24 novembre Lea viene rapita, portata fuori città, legata, interrogata, strangolata, bruciata e gettata in un bidone. La vendetta è servita. Una morte orrenda e piena di sofferenza avvenuta per mano dell'uomo che ha amato.

Il corpo verrà ritrovato tre anni più tardi il 21 novembre 2012 in un campo vicino a Monza. Grazie al calco dei denti si è risaliti alla vittima. Sembra la storia di una tragedia annunciata, di uno Stato assente, debole, inesistente che manda al macello i suoi cittadini che scelgono la via della giustizia.

 

Oggi Marisa Garofalo, sorella della collaboratrice, a distanza di quattro anni non si rassegna, chiede che per il delitto non paghino solo gli esecutori materiali, ma anche chi dopo aver utilizzato Lea l'ha lasciata sola facendola stritolare da un abbraccio mortale. Il responsabile è anche quello Stato che ha permesso la sua morte, che non l'ha difesa e ha sottovalutato il pericolo a cui la giovane andava incontro.

Per questo Marisa, sostenuta dal legale Roberto d'Ippolito, ha scritto al Viminale chiedendo un risarcimento di 5 milioni di euro.

“Non è pensabile – spiega d'Ippolito – che il collaboratore possa essere lasciato senza tutele di fronte alla malavita organizzata. C'è stata una sottovalutazione di pericolo per l'incolumità e l'inadeguatezza delle misure di protezione a cui Lea Garofalo è stata sottoposta”. Un errore grave pagato col prezzo più caro, quello della vita.

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